Nel corso della storia il rapporto tra intellettuali e potere politico è stato spesso problematico, soprattutto nei periodi di dittatura, quando la libertà di pensiero viene limitata. I testi di intellettuali come Gentile, Croce, Montale e Vittorini permettono di capire come la cultura possa essere usata sia per giustificare il potere sia per metterlo in discussione, un meccanismo che si ritrova anche nella società romana sotto Nerone.

Nel Manifesto degli intellettuali fascisti del 1925, Giovanni Gentile presenta il fascismo come una forza morale capace di riconsacrare le tradizioni e di garantire ordine e disciplina. Lo Stato viene visto come valore assoluto, superiore all’individuo, che deve rinunciare ai propri interessi personali. La libertà, in questa prospettiva, non coincide con il diritto di dissentire, ma con l’obbedienza consapevole alla legge imposta dal regime. In netta opposizione Benedetto Croce, nel Manifesto degli intellettuali antifascisti del medesimo anno, difende l’autonomia della cultura e sostiene che l’intellettuale non debba piegarsi al potere politico. Il suo compito è quello di esercitare la critica e la ricerca, contribuendo alla crescita morale e spirituale della società, anche quando questo significa andare contro il governo.

Eugenio Montale, nella foto con il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, sottoscrisse il Manifesto degli intellettuali antifascisti
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Una posizione diversa emerge dalle riflessioni di Eugenio Montale, che racconta come la censura fascista e l’esperienza della guerra lo abbiano spinto a un isolamento forzato. La sua poesia diventa più concentrata e antiretorica, rifiutando i miti e il linguaggio del regime, e si trasforma così in una forma di resistenza silenziosa ma profonda. Un altro scrittore italiano del Novecento, Elio Vittorini, dopo la guerra denuncia i limiti di una cultura che si propone di consolare e chiede un impegno attivo contro lo sfruttamento, la miseria e l’ingiustizia, proponendo una cultura capace di incidere concretamente sulla realtà.

Un confronto significativo si può fare con l’età di Nerone (54-68 d.C.), quando il potere imperiale controllava rigidamente la vita culturale. Molti intellettuali, come Seneca e Lucano, inizialmente vicini all’imperatore, finirono per entrare in conflitto con lui. La repressione del dissenso, le condanne e i suicidi forzati mostrano come anche nell’antica Roma l’intellettuale fosse diviso tra adattamento al potere e fedeltà ai propri valori.

In epoche diverse, dunque, emerge lo stesso fenomeno: la cultura non è mai neutrale e l’intellettuale è chiamato a scegliere se diventare strumento del potere o difensore della libertà e della dignità umana.

Roberta Budau e Matilde Meneghetti