Il film “Frankenstein” (2025), diretto da Guillermo del Toro, è un adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Mary Shelley. Anche se questa storia è spesso ricordata per la figura del “mostro” o Creatura, al suo interno ci sono momenti che fanno riflettere molto, soprattutto dal punto di vista delle Scienze Umane.
Una delle scene più significative è ambientata in una casa semplice, dove vive una famiglia composta da una persona anziana e i suoi nipoti, tra cui una bambina, Anna Maria. Il nonno passa il tempo con loro attraverso gesti quotidiani: parla, insegna parole, condivide momenti di vita. Non è una lezione vera e propria, ma un modo naturale di trasmettere conoscenze e valori.
A osservare tutto questo, senza essere vista, c’è la Creatura. Dopo essere fuggita dal suo creatore, trova rifugio in un mulino vicino e, attraverso una fessura nel muro, guarda ciò che accade all’interno della casa. Ed è proprio qui che avviene qualcosa di importante: pur non avendo mai ricevuto un’educazione, la Creatura inizia ad apprendere. Osserva come le persone parlano, come si relazionano, come si aiutano. Però non si limita a imitare: piano piano interiorizza quello che vede. Infatti, pur restando nascosta, comincia anche ad agire. Aiuta la famiglia in segreto, lascia piccoli doni, svolge lavori utili e costruisce persino un piccolo recinto per le pecore. La famiglia, senza sapere nulla, pensa che questi gesti siano opera di qualcosa di misterioso, come uno “spirito della foresta”. In realtà, dietro c’è qualcuno che ha imparato osservando e sente il bisogno di entrare in relazione.

Questa scena rappresenta bene quello che nelle Scienze Umane viene chiamato apprendimento per osservazione. Lo psicologo Albert Bandura ha spiegato che possiamo imparare anche senza esperienza diretta, semplicemente guardando gli altri. La Creatura, infatti, prende la famiglia come modello e prova a comportarsi in modo analogo. Un dettaglio importante è che il nonno è cieco. Non potendo vedere l’aspetto della Creatura, non reagisce con paura o rifiuto, ma si basa solo sulla voce e sull’ascolto. In questo modo viene meno il pregiudizio legato all’aspetto fisico e si crea uno spazio più autentico.
La Creatura non impara solo a parlare, ma anche a essere gentile e relazionarsi con gli altri. Anche le neuroscienze aiutano a capire questa situazione. Quando osserviamo qualcuno fare qualcosa o esprimere un’emozione, nel nostro cervello si attivano i neuroni specchio, che ci permettono di capire e imitare ciò che vediamo. È grazie a questo che sviluppiamo empatia e capacità di comunicare.
Alla fine, questo film porta a una riflessione importante: il comportamento umano non dipende solo da come nasciamo, ma anche dall’ambiente e dalle relazioni che viviamo. La Creatura non nasce “mostro”: diventa ciò che incontra e forse è proprio questo il messaggio più forte: tutti noi, in un certo senso, impariamo ad essere umani guardando gli altri.
Rachele Giorgia Ponzini