Forrest Gump” è un film che narra la storia di un uomo ingenuo e ottimista dell’Alabama, interpretato da Tom Hanks, che, nonostante le limitazioni cognitive e fisiche, attraversa decenni di storia americana (anni ’50-’80). 

Seduto su una panchina, inizierà a raccontare a dei passanti occasionali la storia della sua vita, che si scoprirà essere stata inaspettatamente avventurosa e carica di sorprese. 

Forrest, cresciuto in un piccolo paesino in Alabama, viveva da solo con la madre. Fin da bambino era costretto a portare dei tutori alle gambe a causa dei gravi problemi di postura, fino a quando un giorno, ritrovandosi costretto a scappare dai bulli, realizzò di avere grandi doti per la corsa, tanto che gli si staccarono le protesi. Inoltre, aveva un quoziente intellettivo lievemente inferiore alla media, motivo per cui la madre lo cresce dicendogli che non dovrà mai permettere che gli altri si considerino superiori a lui e che come tali lo trattino.

Screenshot dal trailer di Forrest Gump (1994)

Il protagonista soffre di disturbi dell’apprendimento e autismo: i Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) sono disturbi neurobiologici evolutivi che ostacolano l’acquisizione di lettura, scrittura o calcolo (dislessia, disortografia, disgrafia, discalculia); il disturbo dello spettro autistico (ASD) è una condizione del neurosviluppo che influenza la comunicazione, l’interazione sociale e il comportamento, manifestandosi precocemente con sintomi variabili. Quando Forrest narra e parla con i personaggi, non pensa al sottotesto né analizza i giochi mentali in atto. Risponde in modo molto semplice e diretto, che a volte appare umoristico. 

Questo film è ambientato nel decenni centrali del Novecento, secolo in cui il trattamento delle persone con disabilità, come Forrest, era caratterizzato principalmente dalla segregazione, una forte percezione della disabilità come “peso” sociale, e dall’istituzionalizzazione, ovvero l’attività che si svolgeva in ospedali o istituti speciali che avevano lo scopo di assistere, ma anche di nascondere le “difformità”. Sebbene la fine dell’Ottocento avesse portato alcuni approcci pedagogici, il nuovo secolo si aprì con una visione della disabilità legata alla necessità di contenere e separare. 

Oggi, invece, vi è un atteggiamento inclusivo nella società, che sposta l’attenzione dalla “malattia” della persona alle barriere che può incontrare, cercando di eliminarle. A scuola, ad esempio, i ragazzi con autismo possono svolgere diverse attività. 

La speranza è che questi ragazzi abbiano sempre più posto nella società

Matilde Mazzi e Ariana Costaru