Autore del celebre (e utilissimo) volume “Che Ansia!“, Albert Ellis non è stato solo uno psicologo, ma un vero e proprio agitatore di coscienze, considerato oggi uno dei “giganti” del Novecento insieme a nomi come Freud e Rogers.
Nato a Pittsburgh nel 1913 e morto nel 2007, Ellis ha vissuto una vita che sembra un manuale di resilienza. Da bambino affronta gravi problemi di salute e una situazione familiare tutt’altro che semplice, ma proprio queste difficoltà lo spingono a sviluppare un approccio pratico e diretto verso la sofferenza mentale. Dopo aver iniziato come psicanalista classico, si stanca presto della lentezza dei metodi tradizionali. La sua intuizione è rivoluzionaria: non sono le cose che ci accadono a farci stare male, ma il modo in cui noi le interpretiamo.
A metà degli anni ’50, Ellis fondò la “Terapia Razionale Emotiva Comportamentale“(REBT). II concetto alla base è tanto semplice quanto potente: le nostre emozioni negative (come l’ansia paralizzante prima di un’interrogazione o la paura del giudizio dei compagni) derivano da “convinzioni irrazionali”. Sono quei famosi “devo assolutamente” o “sarebbe terribile se…” che ci ripetiamo in testa come un disco rotto.

In “Che Ansia!“, Ellis utilizza il suo stile inconfondibile -schietto, ironico e privo di troppi giri di parole- per spiegarci che l’ansia (insieme di sensazioni di disagio e di tendenze ad agire che rende consapevoli che potrebbero accadere degli eventi spiacevoli) non è un mostro invincibile, ma spesso il risultato di una logica difettosa. Lo psicologo insegna che è possibile “disputare” i pensieri catastrofici, mettendoli alla prova della realtà.
Per tutti gli studenti, la figura di Ellis è incredibilmente attuale, poiché la maggior parte di loro vive in un’epoca di performance costante, tra la pressione dei voti e l’immagine perfetta da mantenere sui social. Ellis direbbe che sbagliare un compito non è “la fine del mondo” e che il giudizio degli altri non definisce il valore come esseri umani.
Leggere il suo libro significa imparare a prendersi meno sul serio, a smascherare le pretese assurde che avanziamo verso noi stessi e accettare l’imperfezione con un pizzico di umorismo.
Ellis, per dimostrare che tutti possono superare l’ansia o almeno limitare questo problema, racconta in prima persona la sua storia personale: fino dall’età di 19 anni era una persona estremamente ansiosa, proprio come la mamma. Aveva timore di relazionarsi con gli altri e di parlare in pubblico. Ad un certo punto comprese che l’ansia non poteva continuare a limitare la sua vita e, all’età di diciannove anni, prese la decisione di eliminare le sue paure. Per prima cosa, superò la paura di parlare in pubblico: a quell’epoca era il capo di un gruppo liberale e molte volte era chiamato a partecipare ad assemblee e parlare davanti a molte persone, ma si tirava sempre indietro rifiutando la proposta. Successivamente, prese coraggio e presentò pubblicamente la sua organizzazione. All’inizio provò molto disagio, poi con il passare del tempo tutto migliorò. Superò anche l’ansia sociale: nel momento in cui si trovava di fronte ad una ragazza della sua età, invece di tirarsi indietro, riuscì a parlare e la stessa cosa fece anche con altre persone che conosceva. Dopo aver riportato la sua esperienza personale, Ellis sottolinea il fatto che riuscì a superare questa difficoltà da solo, fino a diventare un importante psicoterapeuta.
Inoltre, secondo Ellis, l’ansia può essere appropriata (preserva la nostra vita) e inappropriata (fa perdere il controllo di noi stessi). Può essere causata da paure irrazionali, ovvero paure esagerate, irreali che non coincidono con la realtà.
Inoltre, nel settimo capitolo del suo libro mostra delle metodologie per limitare l’ansia. La prima è chiamata visualizzazione positiva, ovvero visualizzare noi stessi mentre svolgiamo l’azione che ci provoca ansia (un colloquio di lavoro o la preparazione in vista di una verifica) e immaginare di superarla in maniera ottimale. Mentre si svolge la visualizzazione positiva, è possibile esaminare le condizioni irrazionali e contrastare attivamente queste irrational beliefs (iB). Il secondo metodo è il modellamento, ovvero prendere come modello chi non prova ansia nelle situazioni che ad una persona provocano panico. L’ultima è la distrazione cognitiva: molti secoli fa, gli antichi filosofi scoprirono che le persone ansiose possono usare forme di meditazione come lo yoga per distrarsi dalle paure irrazionali.
Oltre allo yoga, si possono utilizzare gli esercizi di rilassamento progressivo di Edmund Jacobson, che consistono nel rilassare una serie di muscoli alla volta, così mentre si è concentrati in questa attività non è possibile pensare al risultato dell’esecuzione, ma al contenuto.
Arianna Avanzi e Alice Albertini