“La famiglia è quel sistema di relazioni fondamentalmente affettive presente in ogni cultura, in cui l’essere umano permane per lungo tempo, e non un tempo qualsiasi della sua vita, ma quello costituito dalla sue fasi evolutive cruciali (neonatale, infantile e adolescenziale)”.
Queste sono le parole con cui il pedagogo e psicoterapeuta italiano Giorgio Nardone descrive questa complessa organizzazione in continuo mutamento, nel suo libro “Modelli di famiglia”.
La famiglia esercita nei confronti del bambino, futuro adolescente e adulto, delle responsabilità morali, oltre che di assistenza e cura. Infatti la qualità delle relazioni che il soggetto crea nell’ambiente familiare condiziona in modo profondo la sua personalità, il suo modo di agire, ma soprattutto la fiducia in sé e nelle proprie potenzialità. Una famiglia che accompagna il proprio figlio nello sviluppo dell’autonomia e incentiva l’esplorazione di varie situazioni sta crescendo un giovane adulto capace di prendersi le proprie responsabilità e consapevole delle proprie capacità e limiti.
In Italia , purtroppo, si osserva la tendenza contraria, di iperprotezione. I genitori risultano essere eccessivamente presenti nella vita del figlio, sostituendosi addirittura a lui e privandolo così di un sano margine di autonomia. Riguardo questo aspetto, l’indagine su 300 studenti romani dell’Università Lumsa ha documentato che l’interferenza genitoriale si manifesta principalmente nelle scelte scolastiche e professionali. Inoltre, i genitori iperprotettivi sono costantemente preoccupati di non adempiere nel modo migliore il loro ruolo, si sentono spesso inadeguati e incompetenti e per questo molte volte si affidano a ideologie infondate diffuse attraverso i mass media, secondo le quali nella relazione con il proprio figlio si deve sempre camminare in punta di piedi, a volte neppure dare regole. Così si convincono che spianargli la strada e dimostrarsi sempre permissivi, evitando lo scontro, sia il modo migliore per proteggerlo da delusioni, traumi e sofferenze.

Nardone, però, mette in guardia rispetto a questo atteggiamento genitoriale: come cita nel libro, “a volte sono proprio le migliori intenzioni a produrre gli effetti peggiori”. Infatti questi continui interventi e intromissioni nella vita del figlio pongono spesso le condizioni affinché sviluppi una bassa autostima, che si può manifestare in ansia sociale, oltre che un rapporto malsano e patogeno con i propri genitori. A questo proposito, le ricerche dell’Agia riportano che 4 studenti su 10 che presentano sintomi depressivi e ansia sociale dichiarano di subire un’eccessiva interferenza genitoriale. Come scrive l’autore, “la sovrabbondanza di cure viene mandata come messaggio d’amore: -faccio tutto per te perché ti amo-, ma contiene una sottile e inconsapevole squalifica -io faccio tutto per te perché forse da solo non ce la faresti-, che può veicolare la sensazione o il sospetto nel figlio di essere un incapace”.
In conclusione, secondo Nardone è necessario un cambio nell’approccio educativo per consentire ai propri figli lo sviluppo della resilienza emotiva. Dalle storie cliniche descritte nel libro emerge come una strategia vincente sia stabilire in modo graduale dei limiti di interferenza nella vita del proprio figlio adeguati alla sua età e dimostrare sempre più fiducia nei suoi confronti, osservando senza intervenire le sue modalità di approccio alle situazioni e di risoluzione dei problemi.
Chiara Pira