Quest’anno alla nostra classe è stato proposto di partecipare a un progetto chiamato “Biblioteca vivente”, incentrato sul tema dei pregiudizi, affrontato, però, in una modalità molto più coinvolgente e particolare rispetto a come siamo abituati a trattarlo.  

Questo progetto, nato negli anni ‘80 in Danimarca, è riconosciuto dal Consiglio europeo come “buona prassi” per il dialogo interculturale e come strumento di promozione per i diritti umani, consentendo di affrontare gli stereotipi in maniera costruttiva e positiva. 

Il progetto si è svolto in sei incontri settimanali di due ore ciascuno, in cui, guidati da due esperte che collaborano con la Biblioteca Civica di Verona, abbiamo condiviso idee e opinioni partendo da spunti di riflessione apparentemente distanti dal tema, ma capaci di far emergere la nostra visione del mondo. 

Il momento saliente del percorso è stato l’incontro di sabato 11 aprile alla Biblioteca Civica di Verona. In questa occasione abbiamo finalmente compreso le ragioni del nome scelto per il progetto “Biblioteca Vivente”. Dopo una visita guidata agli spazi storici del palazzo, siamo stati divisi in gruppi e ci sono stati presentati dei libri del tutto particolari: esseri umani. Questi veri e propri “libri viventi” si sono messi a nostra disposizione per condividere le loro esperienze. Attraverso le voci dei volontari abbiamo ascoltato racconti su temi complessi quali il carcere, la dipendenza, la depressione, l’omofobia e la disabilità.

“Cosa accomuna realtà così diverse? La risposta risiede nella lotta contro il pregiudizio. Spesso, infatti, ci viene spontaneo giudicare le persone in modo superficiale, considerandole come una categoria, ma quest’esperienza ci ha insegnato quanto sia sbagliato “giudicare un libro dalla copertina”.  Le categorie, in verità, sono solo astrazioni: esistono invece le persone, ciascuna con la propria storia individuale, le proprie scelte e le motivazioni profonde che le hanno determinate.  

Ma perché è così facile cadere nel pregiudizio? Il termine stesso indica un “giudizio dato prima”: una scorciatoia mentale che il nostro cervello usa per semplificare una realtà complessa. Il problema nasce quando quella scorciatoia diventa una prigione per gli altri. 

Durante il progetto abbiamo capito che il pregiudizio non colpisce solo chi lo subisce, ma limita anche chi lo prova, privandolo della possibilità di conoscere la bellezza della diversità. Spesso usiamo l’etichetta per paura di ciò che non conosciamo, per timore dell’ignoto; l’ascolto, tuttavia, si rivela l’unico antidoto a questa paura. Mettersi nei panni dell’altro non significa necessariamente approvarne ogni scelta, ma riconoscere la dignità della sua storia. 

Giunti alla conclusione del percorso, possiamo affermare con convinzione di averlo apprezzato profondamente, sia per il coinvolgimento di tutti i membri della classe, che ci ha permesso di creare un clima più coeso e meno giudicante, sia per la presa di coscienza a cui ci ha portati.  

Abbiamo imparato che prima di giudicare un libro è necessario avere il coraggio di aprirlo, lasciando che sia la sua stessa voce a raccontarci la propria verità. 

Giada Lacentra e Linda Caneva