Lunedì 20 aprile 2026, presso il Teatro Stimate di Verona, si è tenuta l’assemblea del nostro Istituto sul tema Giornate della pace e del ripudio alla guerra”.

Abbiamo visto il documentario “Gaza: doctors under attack” e, dopo la visione, mi sono sentita svuotata: non dalla guerra in sé, a cui la TV ci ha tristemente abituati, ma dalla distruzione della cura in un paese in conflitto.      

Vedere un camice bianco trasformarsi da scudo a bersaglio fa venire voglia di voltarsi dall’altra parte. Amnesty International sostiene che colpire i medici mentre svolgono funzioni umanitarie costituisce un crimine di guerra. L’organizzazione non governativa chiarisce che, anche se una struttura medica dovesse perdere il suo status di protezione, chi attacca ha l’obbligo di avvertire i civili e garantire il tempo per l’evacuazione; tutte precauzioni che a Gaza vengono ignorate. 

Siamo abituati a pensare che esistano dei territori intoccabili: la scuola, la casa, l’ospedale. Luoghi dove la violenza, per quanto cieca, dovrebbe fermarsi per pietà o per legge. Nelle storie raccontate nel documentario, invece, chi dovrebbe portare la vita è colui che viene preso di mira e i luoghi di cura diventano obiettivi militari

Le organizzazioni umanitarie comunicano sempre la posizione esatta di ospedali e ambulanze per proteggerli. Eppure, il documentario mostra che vengono colpiti lo stesso. Questo fa capire che non si tratta di tragici errori, ma di una scelta precisa e pianificata: colpire la sanità per mettere in ginocchio un intero popolo. 

La violenza, poi, non si ferma alle porte dell’ospedale. C’è un orrore ancora più profondo: le case dei medici vengono colpite con una precisione che lascia poco spazio al caso. Non si è sicuri tra le corsie, ma non si è sicuri nemmeno nel rifugio della propria casa. Per un medico di Gaza tornare dalla propria famiglia non significa trovare riposo, ma spesso portare il pericolo sotto il proprio tetto, rischiando la morte dei propri cari solo per il fatto di essere un medico. 

Noi giovani stiamo crescendo con l’idea che il mondo migliori sempre: più tecnologia, più diritti, più democrazia. Questo documentario, invece, mi ha sbattuto in faccia una verità cruda: l’umanità è un confine fragilissimo, pronto a sparire sotto le macerie. 

Ho capito che i diritti non sono una conquista definitiva, ma un terreno che va difeso ogni giorno. Vedere i medici trasformati in bersagli mi insegna che le leggi internazionali sono fragili e che la mia generazione dovrà avere il coraggio di ricostruirle o, forse, di reinventarle da zero. 

Questo non significa dover risolvere le guerre domani mattina, ma decidere da che parte stare anche nelle piccole cose: non restare in silenzio davanti a un’ingiustizia, approfondire sempre le notizie invece di fermarsi ai titoli e dare voce a chi, nel silenzio generale, continua a salvare vite

Recchia Laura