Una celebre frase dell’opera filosofica di Cicerone “De Officis” può riassumere un concetto che si rivela tuttora profondamente attuale: Nihil est utile quod honestum non sit, ovvero nulla è utile, se non è onesto.

Nel suo trattato Cicerone condanna l’assenza di moralità e di senso civico nella politica del suo tempo, ritenendo questa condizione di degrado il riflesso di una crisi della società, la quale ha ormai dimenticato i tradizionali valori romani tra cui fides, pietas, impegno politico e produttività.  Quindi, per ricostruire una politica realmente efficiente e fondata sulla Concordia Ordinum, ovvero l’accordo e la collaborazione tra classi sociali, è necessario restituire centralità ai valori del mos maiorum. Attraverso quest’opera, l’autore vuole ricordare a tutti i cittadini che la vera utilità non sta nell’interesse personale, ma in quello collettivo. L’honestum, inteso come bene morale ed esplicitato nelle quattro virtù di sapienza, giustizia, magnanimità e temperanza, non è quindi in contrasto con l’utile, ma anzi l’utile è la sua diretta conseguenza.

Incipit dell’opera “De Officis” in un manoscritto del 1480

Nella sua vita Cicerone ha stimato e appoggiato per un periodo Pompeo, prima di riconciliarsi con Cesare, e ha scritto per lui la “Pro Lege Manilia”, un’orazione a favore della proposta di legge che gli avrebbe assegnato poteri straordinari durante la guerra contro Mitridate. Emerge quindi come Pompeo rivesta il ruolo di uomo politico virtuoso agli occhi di Cicerone perché, se pur a volte è caduto nella tentazione di agire per i propri interessi, si è sempre dimostrato difensore della Repubblica e dei valori del mos maiorum. Quest’opera ha quindi un valore morale e di insegnamento prezioso, poiché non solo educa l’uomo al comportamento virtuoso da tenere, ma è scritta anche nell’ottica di ricostruire una visione della realtà al servizio dello Stato e dei suoi cittadini.

Mai come nell’attuale frangente storico le parole di Cicerone risuonano da monito. Infatti, proprio come in epoca romana, ancora oggi  nella nostra società sono presenti persone disposte ad agire in modo disonesto e sleale nei confronti degli altri, pur di raggiungere i propri interessi personali. Pensiamo a quei politici che apparentemente sembrano mettersi al servizio della comunità, ma in realtà non si curano del suo benessere più profondo. Il ruolo di colui che si espone a nome di un gruppo, sia esso un politico o più semplicemente un rappresentante di categoria, presenta grandi responsabilità, come quella di promuovere lo sviluppo civico e la coesione sociale, agendo per la risoluzione delle problematiche comuni. 

La capacità di osservare la società in un’ottica globale e disinteressata, però, non deve essere sviluppata solo da parte di chi ci “governa”, ma anche, e prima di tutto, da noi cittadini. E’ importante imparare a definirci e ad agire come membri di una comunità e non come soggetti indipendenti e autonomi, poiché, come scrive Cicerone nell’opera, “non nobis solum nati sumus” – non nasciamo solo per noi stessi. Questo significa anche, alle volte, rinunciare per un momento al proprio benessere personale, se questo ha un riscontro positivo nella società, perché alla fine è proprio in un ambiente accogliente e collaborativo che ci sentiamo liberi di esprimerci e di costruire relazioni autentiche. 

Solo attribuendo il giusto valore al bene comune, potremo riconoscere che il nostro agire è utile, positivo per noi stessi e nello stesso tempo rispettoso degli altri. All’interno della società, se un individuo agisce con gentilezza, rispetto, tolleranza, non solo tutti ne gioveranno profondamente, ma egli stesso sentirà di aver fatto qualcosa di utile e di averne “guadagnato” in termini relazionali. 

Chiara Pira