“Va valorizzato il protagonismo degli istituti di pena per garantire prospettive, ripresa e rinascita. Qui ho visto iniziative emblematiche ed esemplari”, mentre altri istituti di pena presentano “una condizione totalmente inaccettabile”. Lo ha affermato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, visitando il carcere di Rebibbia a Roma a dicembre.

Se in Italia non mancano esempi positivi, in situazioni in cui le strutture presentano un alto tasso di sovraffollamento, per un’istituzione come il carcere è difficile persino tutelare l’igiene personale dei detenuti, quindi quasi impensabile garantire il diritto ad una “rieducazione autonoma” e ad un’individualizzazione del piano dei trattamenti. A questo proposito, le statistiche fornite dal Ministero della Giustizia rispetto al numero di detenuti nelle carceri italiane nel 2025 sono esplicite, visto che il tasso medio di sovraffollamento è di circa il 135%.

E’ necessario invertire questa tendenza al più presto, per il bene dei singoli detenuti e dell’intera comunità. Affinché il cambiamento nel detenuto sia profondo ed effettivo, è fondamentale che quest’ultimo si senta e sia nel concreto artefice del proprio percorso di rieducazione personale e non destinatario passivo di trattamenti. Inoltre, questi ultimi dovrebbero essere individualizzati e pensati per ogni detenuto e dovrebbe essere proprio lui, nei limiti di ciò che può essere concesso nella struttura, ad organizzare autonomamente la propria giornata.

Attività di questo genere servono a responsabilizzare il carcerato e a facilitare il suo reinserimento sociale nella comunità, che è l’obiettivo primario dello Stato e della società stessa. Infatti, come ha ricordato il Presidente Mattarella in un’altra circostanza, durante un incontro assieme ad una rappresentanza della polizia penitenziaria: “Ogni detenuto recuperato equivale a un vantaggio di sicurezza per la collettività, oltre a essere l’obiettivo di un impegno notoriamente, dichiaratamente costituzionale.”

L’articolo 27 della Costituzione Italiana, infatti, oltre a stabilire che la responsabilità penale è personale e che l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva, afferma che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

In conclusione, solo quando il carcere sarà visto come un’opportunità per rieducare e reinserire consapevolmente gli individui, ci sarà speranza di cambiamento. Infatti, sottrarre al carcerato i suoi diritti fondamentali non sanerà il reato da lui compiuto, né lo farà pentire, ma nella maggior parte dei casi produrrà in lui una rabbia e una frustrazione tali che tutto il percorso sarà stato vano. Anche se colpevole, il detenuto rimane comunque una persona e come tale va rispettata la sua dignità umana.

Chiara Pira